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Dado Rosso

L’Ingegner Monzi mi guarda. “Hanno scoperto che l’arsenale di Santo Stefano era sulle navi di linea”, mi dice. Non mi scompongo, quello era un carico maledetto fin dall’inizio. Adesso era diventato comodo liberarsene e farlo anche con accordi internazionali, anche se non ufficiali. L’Italia doveva fornire delle armi agli insorti libici per gli accordi presi con la Francia. L’arsenale di Santo Stefano non costava nulla allo Stato e in più onorava un accordo. Due piccioni con una fava.

“È trapelato qualcosa?”, chiedo, “Si”, fa Monzi “qualche attivista locale e i giornali sardi, ma non possono fare nulla perché c’è il Segreto di Stato sopra quell’arsenale. Partirà un’inchiesta interna dovuta dalla Magistratura ma i giornali zitti”

“Perché mi ha chiamato?”, chiedo, “non posso fare nulla per questa storia e comunque è già tutto risolto”. Monzi sospira. “Guarda che qui va tutto a puttane”, sibila, “guarda che qui il castello crolla”. È nervoso Monzi e finalmente l’ha sputata tutta. Lo guardo “stanno ancora litigando?”, chiedo. “Guarda che sta diventando un casino”, sibila ancora, “nel Partito non si capisce più niente. Non basta nominare un Presidente per comandarlo tutto. I Padanos spingono spingono e non si sa dove vogliano andare davvero. Sembrano tutti impazziti. E il Gran Capo sta pensando un salvacondotto definitivo”, “ha deciso di uscire?”, “è l’unica soluzione per essere sicuri che finisca così. è molto scosso. In vent’anni lo avevano attaccato in tutti i modi ma non avevano mai colpito l’azienda. Quello è stato il vero colpo al cuore”.

L’Ingegner Monzi si alza e esce dalla stanza. Immagino di avere in tasca un dado rosso. è un’immagine che ho ogni volta. Ogni volta che qualcuno mi ha consegnato un nome di cui occuparmi, scrivendolo in un pezzo di carta o dicendomelo a voce. Ogni volta mi viene in mente quell’assurda immagine di un dado rosso in tasca.

Il secondo pensiero è per i fatti della notte prima a Milano. Chi cazzo erano quelli a casa di Piero?

L’arsenale mancante

Arrivo all’appuntamento che sono visibilmente stanco. Mi siedo e L’ingegner Monzi sta finendo la sua brioche al cioccolato. Mi fa cenno di chiamare il cameriere ma io ho lo stomaco chiuso. Gli faccio cenno che sto bene così. Monzi si pulisce le briciole e mi fa “l’abbiamo cercata qualche giorno fa”, “non sono stato bene”, gli faccio, “alla mia età”. “Mmh”, fa Monzi poco abituato a non avere tutti a disposizione, “le dice nulla il nome Alexander Zhukov?”. Faccio un salto impercettibile sulla sedia. “Credevo fosse una storia vecchia. Era stato arrestato dalla Magistratura di Torino per traffico internazionale di armi nel 1994”. “Anche io credevo fosse una vecchia storia”, fa Monzi, “Zhukov è tornato sul mercato?”, chiedo, “no, non lui, ma quel carico di armi si”, “non era stato distrutto?”, “non era stato distrutto”. Guardo Monzi, tiene gli occhi leggermente bassi, guarda la tazzina vuota, “che altro c’è?”, chiedo, “il carico non era stato distrutto, è tornato sul mercato ma sopra c’è ancora il segreto di Stato”.

Ricordavo quella storia. Gli Inglesi avevano scaricato Zhukov e avevano soffiato ai Servizi italiani che avevano avvertito la NATO. La Jadran Express era stata bloccata in mare, nel Canale d’Otranto ed era salto fuori l’arsenale che trasportava. Quasi 30mila AK47, decine di milioni di proiettili, missili Katiuscia e razzi anticarro. Intervenne la magistratura di Brindisi, la Dia, poi la Procura di Torino e Zhurkov finì fottuto. Si disse che il carico era diretto alle guerre dei Balcani, in mano dei Croati. “Dov’era finito il carico che non è stato distrutto?”, chiedo, “in Sardegna, nell’Isola di Santo Stefano. Ma da quando non ci sono più gli Americani alla Maddalena è diventato tutto un casino e ci sono state delle interferenze”, “che interferenze?”, chiedo, “interferenze dall’alto, così in alto che neanche il Ministro sapeva”.

Qual è il problema adesso?”, chiedo all’Ingegner Monzi che mi guarda serio. “L’arsenale sequestrato a Zhukov nel ’94 non è più nei sotterranei dell’Isola di Santo Stefano”, “dove si trova?”, “è stato caricato in assoluto segreto su navi di linea dalla Sardegna a Civitavecchia”, “su navi di linea?”, ripeto sorpreso, “si caricate insieme a centinaia di turisti ignari. A qualcuno è sembrata la soluzione più conveniente. Quel carico non esisteva, ufficialmente era stato distrutto, è stato facile farlo uscire dai sotterranei di Santo Stefano e imbarcarlo su navi civili”, “chi ha comprato l’operazione?”, “questo è il punto più dolente”, fa Monzi, “è parte degli accordi segreti tra Italia e Francia per le operazioni in Libia

L’ipotesi che non ti aspetti

Sono sotto il condominio di Piero che fumo una sigaretta in disparte. In nero è appena salito. Deve fare un po’ di casino, rovesciare qualche cassetto, come fosse una rapina qualsiasi. “Se trovi soldi te li puoi tenere”, gli ho detto, “io salgo tra un quarto d’ora. Tu entra, rovista e poi quando suono il citofono apri il portone che vengo su”. Finisco la sigaretta e attraverso la strada con sicurezza. Arrivo sotto il citofono e suono. Il nero non risponde, maledetto cretino. Dopo una manciata di minuti suono di nuovo. Nessuna risposta, non ci posso credere. Mentre mi infiammo mi balena in testa l’ipotesi che non ti aspetti. Quella che era all’ordine del giorno a Mosca ai miei tempi. E se non fossi l’unico interessato a dare un’occhiata alla casa del povero Piero?

Mi sposto da sotto il citofono in fretta. Attraverso la strada, mi fermo a una trentina di metri dal palazzo, c’è una fermata del tram che a quest’ora di notte non si fila nessuno. Dopo pochi minuti li vedo. Due tizi escono dal condominio insieme. Li riconosco al primo sguardo. Si capisce da come guardano fuori, si guardano attorno circospetti. Saranno li a chiedersi chi ha suonato il citofono due volte. Il complice del nero. Sono troppo lontano per loro e non possono immaginare che quel vecchio sotto la fermata del tram sia il complice che cercano. Ho avuto l’intuizione giusta, non interessavano solo a me le carte di Piero. Il nero non scende, devono averlo fottuto. Non salgo nemmeno a dare un’occhiata, sarebbe tempo perso. Non troverei nulla di quello che cerco. Né documenti utili, né il nero vivo. La cosa che più mi scazza e che comunque dovrò pagare lo stesso i 5.000 euro a quelli di Giambellino e senza averne nulla in cambio.

Mi faccio un pezzo a piedi verso il centro. La testa mi si affolla di perchè ma sopratutto di chi. Chi cazzo erano quelli li. Cosa stavano cercando?

Arrivo in hotel e riempio la borsa delle poche cose. Faccio il check out in piena notte e mi faccio chiamare un taxi. “In stazione centrale, per favore”, dico all’autista. Sul primo treno che mi porta a Roma compongo e scompongo un puzzle dove non ho abbastanza pezzi. 

Roulette russa

Sono a Milano da due giorni. Avevo due problemi da risolvere. Adesso ne ho solo uno. Il primo l’ho risolto. Piero si è suicidato. Ha fatto il pieno di barbiturici. Non lo conoscevo così bene da poter dire che è un gesto strano per lui. Il referto medico era chiaro. L’han sepolto stamattina e quindi casa sua è finalmente libera. Rimane il secondo. “Ci sono tracce che possono ricondurre a me ne suo appartamento?

Lo scoprirò stasera quando entrerò nel suo appartamento con uno scassinatore che ho ingaggiato per l’occasione. Reclutato tramite alcune conoscenze fidate a Giambellino. Un ragazzone di vent’anni del Senegal. Uno senza permesso di soggiorno. Gli ho promesso mille euro. In realtà pagherò solo 5.000 euro a chi me lo ha reclutato e servono a coprire il silenzio sul cadavere di un extracomunitario senza documenti che si troverà nei prossimi giorni.

Mi connetto a Facebook da un call center. Ho un messaggio in bacheca da parte di Filippo Sarti. È l’ingegner Monzi. Voleva parlarmi stamattina al solito bar e io ho dato buca senza avvertire. Mi scriveva “cena da me. Ho messo la tivù satellitare”, gli rispondo “non sto bene, ho preso il raffreddore, maledetta aria condizionata”. Monzi è in linea mi risponde subito, mi manda una mail “peccato. Abbiamo visto la partita”, “che partita?”, gli chiedo, “campionato russo, l’unico che giochi a luglio”.

Cazzo! Rettifico. Ho ancora due problemi. Il primo spero di risolverlo stasera, per l’altro dovrò tornare a Roma con il primo treno di domani mattina. I problemi russi sono sempre spinosi. Se Monzi ha insistito vuol dire che è roba grossa.

Tre sospetti fanno un indizio

Il mio Freccia Rossa per Milano viaggia veloce. È una mattina fredda, sembra di essere in autunno. Il cielo è nero come i titoli dei quotidiani di oggi. Le prime pagine sono tutte per Mario Cal, il vicepresidente della Fondazione San Raffaele. L’ho incontrato un paio di volte ma non abbiamo mai parlato. Alcuni giornali danno una piccola enfasi alle due lettere che ha lasciato, una alla moglie, l’altra alla segretaria. Posso immaginare la natura privata di quella alla moglie, posso sospettare anche qualcosa su quella alla segretaria, non tutta privata. Ma la questione è gestita direttamente da Oltre Tevere e non trapelerà nulla. Nel solco della tradizione millenaria non si disturbano i morti, loro è il Regno dei Cieli.

In mezzo alle notizie dall’estero leggo di un altro suicidio. “Sean Hoare, firma del News of the World, è stato trovato morto lunedì mattina nella sua casa di Langley Road, Watford”. Hoare era quello che aveva scoperto l’esistenza delle intercettazioni illegali che si facevano al giornale e  che spifferò tutto in un’intervista al New York Times. I pezzi sui giornali raccontano quello che si può. Ognuno ha i suoi spin doctors, anche a Londra, soprattutto a Londra. Il giornalista è stato licenziato dal tabloid nel 2005. Ma soprattutto, scrivono i giornali, Hoare per anni ha cercato di disintossicarsi da problemi di droga e alcol. Usano proprio questo tempo “ha cercato”, vuol dire che non ci era mai riuscito. E bravi. Vuol dire che non era un tipo affidabile, vuol dire che si è suicidato a causa di alcol e droga, vuol dire che se per caso si scoprisse che è stato suicidato potrebbero essere un delitto maturato negli ambienti della droga, magari Hoare doveva soldi a qualcuno e si sa, la droga costa. Ognuno ha i suoi spin doctors, soprattutto a Londra.

Arrivo a Milano in perfetto orario. Prendo un taxi fino a casa di Piero. Piove. Mi sembra una giornata di fine settembre, di quelle che annunciano l’autunno, ma siamo in pieno luglio. Piero è un mio informatore. Tiene sotto controllo per mio conto alcune questioni del Nord Italia. È un ex della Guardia in pensione, non ci scriviamo mai e non ci sentiamo per telefono. Sarebbe anche difficile perché io non ho un telefono e ufficialmente non esisto. Se dovessi essere fermato ad un controllo senza documenti ho un numero del ministero da chiamare. Sotto il mio vero nome di nascita per lo Stato italiano c’è una data di morte: Mosca 13 luglio 1992. Sotto il mio codice di quando lavoravo per i Servizi c’è un’altra data: 31 dicembre 1990 e una scritta: congedo pensione. Esiste solo il mio alias: Avvocato AK47 e i pochi che mi hanno visto qui in Italia hanno tutto interesse che io non esista.

Suono il citofono di Piero. Tre squilli lunghi e due corti. Aspetto 5 minuti. Suono ancora. “Strano non risponde”. Provo a spingere il cancello, è aperto. Entro nell’androne del palazzo e prendo l’ascensore. Arrivo al quinto piano dove abita Piero. La porta di casa sua è spalancata. Dentro ci sono due poliziotti e degli infermieri che caricano un morto coperto da un lenzuolo su una barella. Piero è morto. Richiudo la porta dell’ascensore e faccio finta di aver sbagliato piano. Premo di nuovo piano terra ed esco in strada. Piero è morto, non ci posso credere. Non so nemmeno come.

La terra dei fuochi

Stiamo viaggiando veloci sull’A1. Stiamo andando a Napoli per una riunione d’emergenza. Questa notte arriveranno a Taverna del Re tre camion che non scaricheranno eco balle campane ma rifiuti pericolosi che provvengono dall’ex Petrolchimico di Porto Marghera. “Stanno bonificando l’area per venderla definitivamente”, ha detto Rovati, “Il Comune di Venezia è pronto a espropriare le aree inutilizzate dall’Eni a Porto Marghera. Hanno inserito la delibera nel nuovo piano regolatore, vogliono individuare un’area di sviluppo vicino all’aeroporto e recuperare le zone vicine per destinarle all’insediamento del terziario. Quindi anche l’ultima fossa di rifiuti pericolosi, scavata all’interno del petrolchimico deve essere spostata”, “di cosa si tratta?”, avevo chiesto, “sono  depositi di ammine, amianto, benzene, cadmio, acido solforico, polimeri tossici, sostanze classificate R45, tutta roba che stava li sotto dai primi anni ottanta”, “tutta roba che ufficialmente non esiste”, “esatto ma adesso deve sparire prima dei lavori previsti dal nuovo piano regolatore. I costi di bonifica manderebbero a puttane il budget”.

Il problema da risolvere non sono i rifiuti pericolosi e neanche la loro destinazione. Taverna del Re è ormai andata. Nella contrattazione non ufficiale tra emissari dello Stato e Camorra, Taverna del Re è stata venduta, sacrificata, per salvare altre aree. La trattativa non è stata alla pari perché lo Stato è troppo debole, non può esporsi e non ha il controllo quotidiano del territorio. Il problema da risolvere è che questa notte, mentre passeranno degli anonimi camion che ufficialmente trasportano eco balle un gruppo di 4 attivisti ecologisti tenterà di fermarli con un attentato dinamitardo. Se il contenuto dei camion si sverserà in strada sotto gli occhi di tutti sarà impossibile negare l’origine dei rifiuti e succederà il finimondo. Se i 4 attivisti venissero fermati prima, con l’accusa di attentato terroristico, bisognerebbe comunque spiegare l’obiettivo del loro attacco. Comunque si rigiri la faccenda verrebbe fuori un casino.

La riunione in una stanza disadorna della Procura di Napoli è piena di alti papaveri, qualche politico, tante mostrine, qualcuno in borghese dei Servizi che mi guarda come fossi un residuato bellico. Il leggendario grande vecchio da Mosca. Non sanno che pesci pigliare. Qualcuno propone la mano dura, “arrestiamoli subito”, ma Rovati ha altri ordini “non possiamo rischiare lo scandalo proprio adesso. Il Ministro non vuole venga tirata in ballo Marghera, si insinuerebbe che ci sono altri rifiuti nascosti, il piano regolatore andrebbe a puttane e l’area perderebbe il suo valore. Ci sono personalità illustri che si sono spese e ci sono in ballo centinaia milioni di euro di investimenti”, “fermiamo i camion”, dice un altro, “non possiamo farlo, ammetteremo che sapevamo e dovremo spiegare perché sapevamo e chi sapeva. Chi glielo dice ai cittadini che Taverna del Re è venduta e fottuta?”. Qualcuno della mia generazione si lascia sfuggire un “ai miei tempi l’avremo risolta facile”, capisco a cosa allude. Le ho autorizzate anche io quelle operazioni. Si perquisiva la casa di un sospettato e per puro accidente o per autodifesa partiva un colpo e il sospettato non era più un problema. In Russia non ci mettevamo neanche questi scrupoli. La gente spariva in circostanza misteriose ogni giorno.

Trattiamo”, dico io interrompendo il silenzio irreale che era calato. Tutti guardavano Rovati, ora tutti guardano me, il vecchio Avvocato AK47. “Incastriamoli e negoziamo la loro liberazione”, “come?”, sbotta Rovati, “solito trucco: droga. Sono giovanissimi tutti e 4 non vorranno marcire in carcere e minimo gli danno 6 anni. Se siamo bravi e li becchiamo con un quantitativo importante possono prendersi anche più di dieci anni. Processo per direttissima perché colti in fragranza di reato. Li sbattiamo dentro per qualche mese, in isolamento, non li facciamo parlare con nessuno se non con l’avvocato. Niente visite dei familiari, li facciamo scendere nell’inferno più nero, nel peggior carcere che abbiamo. Poi gli ventiliamo la possibilità di una riduzione di pena se dimenticano questa faccenda di Marghera. Se tutto va bene quando usciranno saranno passati minimo 4 anni e nessuno ripenserà a questa storia. Se trapela qualcosa la smentiamo. Se i familiari insinuano qualcosa sono complici e comunque sono di parte. Per l’opinione pubblica saranno 4 giovani arrestati con 10 chili di coca colombiana, non sono dei teste credibili. Ho letto nel dossier che uno di loro ha dei precedenti penali  e un’altro viene da una famiglia molto disagiata. Se qualcuno di loro dice mezza parola gli organizziamo una riunione notturna di secondini in cella per spiegargli che la maniera migliore per sopravvivere li dentro è starsene zitti”. “Lei pensa possa funzionare?”, fa uno dei papaveri in mostrine guardandomi con sospetto, “potrebbe anche funzionare”, sorride Rovati.

Cappuccio e croisssant

Quando mi siedo al tavolo dell’Ingegner Monzi è ancora da solo. “Allora?”, gli chiedo, “chi è il nostro ospite?”, “non so se lo conosci è Maurizio Rovati, un pezzo grosso dell’antiterrorismo”, “Servizi o Arma?”, “Arma, Colonnello”, “e cosa vuole da me l’Arma?”, gli chiedo sgarbato, ma a settant’anni suonati non sono più uno che le manda a dire, “adesso te lo dirà lui stesso, eccolo che arriva”.

Rovati non mi piace già dal primo sguardo. Mi stringe la mano e fa quel genere di convenevoli che odio “il famoso Avvocato AK47”, mi fa, “ho sentito molto parlare di lei”, e in bocca a un carabiniere non so se sia un complimento o un ammonimento, perché niente di quello che ho fatto negli ultimi quarant’anni è stato troppo legale. Gli stringo la mano e mugugno. Che pensi pure che sono un vecchio coglione. Rovati si siede, ordina cappuccio e un croissant e arriva subito al sodo “abbiamo un problema che sappiamo come risolvere ma la sua soluzione potrebbe fare troppo rumore”, l’Ingegner Monzi mi guarda “anche il Ministro è molto preoccupato”, “allora non risolvetelo”, dico io serissimo, “se non intervenissimo il rumore sarebbe anche peggiore”, chiude Rovati mordendo il suo croissant

Quello che ci stiamo dicendo è strettamente confidenziale, il Segretario del Ministro ha garantito sulla sua discrezione, Avvocato”, fa Rovati pieno del suo ruolo. Ci tiene a farmi capire che dipendesse da lui non sarebbe neanche a questo tavolo. Mi fa pesare che non faccia più parte della famiglia da più di dieci anni. E noi dei Servizi non abbiamo mai amato quelli dell’Arma. “Non capisco il ragionamento”, lo interrompo, “siete voi che mi avete chiamato. Io non ho chiesto nulla. Solo io garantisco per la mia discrezione e se non si fida la questione finisce qui. Al bar a fianco fanno un cappuccino ottimo, potrei pensare di andare li a finire colazione e lasciarvi qui a discutere sulla vostra confidenzialità”. Mi alzo e faccio per andarmene. L’ingegner Monzi mi prende per un braccio mentre mi sollevo “aspetti, ci serve il suo aiuto”, “non mi era sembrato”, ringhio, “ci serve il suo aiuto” mormora a denti stretti Rovati. Devono avere proprio il pepe al culo se lo sbirro mi chiede scusa. Mi siedo e ascolto Rovati senza interromperlo più. La questione è molto complessa. Aveva ragione a temere il botto. “Quando accadrà?”, gli chiedo, “questa notte”, mi conferma Rovati. “Quanto tempo abbiamo?”, “pochissimo”, fa Rovati, “dopo parto per Napoli dove abbiamo convocato una riunione di emergenza”, “vengo anche io”, gli dico. L’Ingegner Monzi e Rovati mi guardano. “Non so se sono autorizzato”, fa Rovati diffidente. Io rispondo al suo sguardo con noncuranza, sorrido, non è un problema mia e se vogliono il mio aiuto devono stare al mio gioco, non è che mi stia divertendo a giocare alla spia con gli amici. L’Ingegner Monzi si alza e fa per uscire fuori dalla stanza schermata, “chiamo il Segretario del Ministro e faccio autorizzare l’Avvocato”, “ma non è più uno dei Servizi ora, è un semplice civile, non so se sono autorizzato”, ripete ancora Rovati “è una questione di emergenza nazionale”, fa Monzi, “lo facciamo autorizzare”. Io sorrido, finisco il croissant che non avevo toccato, mi era tornato l’appetito.

Fiori di Gelsomino

Butto gli spaghetti in pentola. Ho appena spento il fuoco della padella dove ho soffritto zucchine e gamberi di Galizia. Mentre tengo i cinque minuti di cottura controllo Facebook.

Ho un account falso ma regolare. Sulla rete sono Bruno Lazzari, trentenne dal profilo sportivo, aperitivi con amici, feste in discoteca. Le mie foto sono bei montaggi fatti da un amico dei Servizi. I miei amici su Facebook sono sconosciuti frequentatori di discoteche, feste universitarie e fan di gruppi musicali. Mi han dato l’amicizia senza neanche ricordare di avermi incontrato. Avevano tutti più di quattrocento amici. Non uso il cellulare e sono rintracciabile solo di persona e su Facebook. Il cellulare è troppo pericoloso. Tra le trecento e passa persone che conosco ci sono anche una manciata di amici che in realtà conosco bene. Se mi scrivono sulla bacheca che vogliono organizzare una pizzata o una partita a calcetto, vuol dire che mi vogliono incontrare. Il codice è facile, qualunque invito vuol dire di trovarsi il giorno dopo alle sette del mattino al solito bar vicino al Senato dove mi aspettano il Segretario del Ministro o l’Ingegner Monzi.

Penso ai miei spaghetti in pentola e guardo il nuovo messaggio che mi ha lasciato il mio amico Roberto Boschi “organizziamo per il calcetto tu ci sei?” Era da un sacco che non mi scriveva Roberto Boschi. Voleva dire che l’Ingegner Monzi non sarebbe stato solo ma in compagnia militare.

 Faccio saltare gli spaghetti con le zucchine e i gamberetti. Mi verso un bicchiere. Ho apparecchiato fuori, sul balcone. Fa caldo ma è il posto più fresco a quest’ora di notte. Dalle fioriere si alza una leggera brezza di fiori di gelsomino.

cassette di sicurezza

Piove. Cerco di non far bagnare troppo la mazzetta dei quotidiani che reggo. Hanno titolato tutti sugli attacchi che sta subendo l’Italia da parte di speculatori internazionali senza scrupoli. Bene, nei momenti difficili bisogna alzare la tensione e unire la nazione. Arrivo sotto Villa Sciarra in perfetto orario. Il cielo è nero. Pioverà tutto il giorno, è di buon augurio. Sposa bagnata, sposa fortunata.

Non prendo quasi nulla dal buffet della figlia di Vittorio Torviscosa. L’ex presidente di Confindustria che fu anche AD di Poste Italiane ai tempi di Ciampi. Sua figlia Lavinia sposa il rampollo della famiglia Barenson. Matrimonio con invitati illustri. Io non mangio mai la mattina e sono qui per lavorare. Ho appuntamento con l’Ingegner Monzi. A quanto pare a Roma sta per succedere il finimondo.

Conosco l’Ingegner Monzi dai tempi di Mosca. Lui lavorava all’ENI. Poi negli anni della mia pensione sul Mar Nero lui è tornato in Italia, è entrato in politica e adesso lavora al Ministero.

E’ il mio contatto principale con il Segretario del Ministro. Quando si rivolgono a me per questioni generiche legate alla macropolitica mi mandano il Segretario del Ministro. Quando la faccenda è più delicata, ma soprattutto più sporca mi mandano l’Ingegner Monzi.

Abbiamo un problema”, mi fa l’Ingegner Monzi dopo essersi servito un pezzo della torta nuziale, “le cassette del Milanese”, “quelle che il magistrato ha chiesto di aprire?”, “si, le faranno aprire perchè i padanos non ci stanno più. Daranno l’assenso in Parlamento. Verranno fuori dei nomi scomodi e dobbiamo iniziare a parare il colpo, prima che sia pubblico. Oggi diranno si all’arresto di Papas, domani toccherà al Milanese. Abbiamo poco tempo”, “chi c’è dentro?”, gli chiedo perché devo sapere quanto è grave la situazione. “Su alcuni nomi siamo tranquilli. Usciranno ancora Vedini e Carbone ma non è un problema”, “i loro nomi vengono fuori sempre. Sarà facile farle passare per il solito gossip senza valenza penale”, “c’è anche Bitolaso”, “che non occupa più quella posizione e quindi finirà in niente”, “il problema sarà che verrà fuori la Libia”. Guardo l’Ingegner Monzi negli occhi, so che sta per tirare fuori la grande autostrada in Libia che aveva promesso il Governo. “Nomi nuovi?”, chiedo. “Qualcuno, Finecanica e Lisegi, banche”, “soldi?”, chiedo, “non tantissimi, soprattutto favori”, mi fa l’Ingegner Monzi “e amicizie”, “amicizie dove?”, chiedo, “amicizie Oltretevere”, allude L’Ingegnere mimando con le dita il segno di croce, “e anche nell’arma e nella Guardia”, “amicizie di un tempo?”, “amicizie fin troppo attuali e uscirà fuori la vera natura della neonata Banca del Meridione che era gestita di fatto da Milanese”.

Bisogna continuare a prendere le distanze dal Milanese”, gli dico “dobbiamo dire che tramava nell’ombra, che faceva tutto per il suo tornaconto”, “abbiamo paura che coinvolga il Sottosegretario e anche il Ministro”, “che non c’entra nulla”, aggiungo subito io, “è una personalità cristallina, che lavora duro per l’Italia. Anzi è proprio grazie a lui se non abbiamo fatto la fine della Grecia. Dobbiamo rafforzare il Ministro. È un uomo delle istituzioni che lavora duro per il suo paese. Dobbiamo attribuirgli tutti i meriti per aver superato la crisi e di aver frenato la vendita dei titoli di stato e salvato il Paese con una manovra dura ma necessaria”. L’ingegner Monzi annuisce, “allora che facciamo?”, chiede. “Prima iniziamo a proteggere gli amici. Diciamo che il Milanese non era nessuno, solo un tecnico, bravo ma un tecnico. Dalle sue decisioni non sono mai arrivate scelte per il paese. Diciamo che faceva un semplice lavoro impiegatizio al Ministero. Si, robe legate ai conti economici della nazione, contabilità. Diciamo che Milanese ha usato il suo posto per proprio tornaconto, era un cospiratore”, “come facciamo?”, chiede ancora l’ingegner Monzi “lo scarichiamo?”, “hanno ragione i padanos, scarichiamoli tutti e facciamo adesso. Facciamo un rogo unico con Birignani e gli altri. Facciamo scoprire in quelle cassette i segreti decisivi della Nuova P2 e tutte le carte tra Banca del Meridione e Oltretevere. Che la chiamino come vogliono i giornali. Facciamo finta che ci siamo costretti dalle pressioni dei padanos e leviamoci questo fastidio”. L’ingegnere annuì,  era la soluzione migliore.

Esco fuori all’aperto, cerco di prendere al volo il primo taxi. Continua a piovere, presto avrebbe cominciato a piovere merda. Apro l’ombrello, indosso un bell’abito sartoriale e sarebbe un peccato rovinarlo con degli schizzi.

Manovra

Sono andato a pranzo con il segretario del Ministro. Aveva urgenza di incontrarmi e ci siamo visti al solito bar vicino al Senato. Ormai nessuno parla più al telefono per paura delle intercettazioni. Il bar ha attrezzato alcune sale per i politici che lo frequentano. Completamente schermate, i cellulari non hanno campo.

Il segretario è preoccupato. Quando entro nella sala lui è già dentro, mi aspetta nervoso.  Mi saluta con una stretta di mano molle e ci sediamo. “Abbiamo bisogno di una strategia di comunicazione”, mi dice “la borsa sta crollando. Una sberla così ci rovina, il Ftse Mib rischia il ballo di San Vito come due anni fa. Ci stanno rosicchiando, vogliono farci fare la fine della Grecia e i nostri amici delle banche stanno perdendo un sacco di soldi”. Lo ascolto in silenzio. “non è solo speculazione come abbiamo fatto scrivere fino ad oggi. La Consob ci ha confermato che non c’entrano avventurieri senza scrupoli e non è un attacco delle cavallette come durante la crisi. Da giorni tutto il mondo vende Italia e non sono vendite allo scoperto come abbiamo fatto credere, ma le vendite sono effettive. Nessuno vuole tenere i nostri titoli, stiamo diventando appestati e la peste si contagia troppo in fretta”.

Il Ministro che dice?”, gli chiedo, per capire i miei margini di intervento. “Dobbiamo salvare il salvabile. Bisogna ribadire che la manovra finanziaria che arriverà in Parlamento nei prossimi giorni è seria e raggiungerà gli obiettivi chiesti dall’Europa. Il Ministro ha sentito la Cancelliera tedesca e sarebbe pronta a fare una dichiarazione positiva della nostra manovra. Questo dovrebbe metterci al riparo per un po’. Anche il presidente dell’Unione e della Banca Centrale sarebbero pronti a fare dichiarazioni in nostro favore”. “Non servirà a rasserenare i mercati”, gli dico senza giri di parole. “Alle Sim e alle agenzie di rating non interessano i giornali italiani e non guardano i nostri tigì. Con le bufale possiamo rasserenare l’elettorato ma non i mercati”. Il Segretario mi guarda, si aspetta da me qualcosa. Ma non basterebbe una magia. “L’unica strategia è approvare la manovra finanziaria in Parlamento nel più breve tempo possibile. Il decreto va bene, rispetta gli impegni, non c’è da fare di più, c’è da fare presto“, gli dico “va coinvolta l’opposizione, diciamogli che siamo sotto attacco di speculatori, appelliamoci allo spirito di emergenza nazionale contro il nemico invisibile. Chiamo un mio amico alla Consob, non deve uscire la notizia che tutti stanno vendendo i nostri titoli perché nessuno li vuole più”, “facciamo uscire lo stesso le dichiarazioni di autorità straniere che dicono che la nostra manovra è buona?”, “si, ma non servirà a frenare le vendite in borsa”, “ma rassicurerà gli elettori e ammorbidirà l’opposizione, giusto?”, “questo si, lo dica pure al Ministro. Dipende sempre da qual è lo scopo, se salvare l’Italia dalla crisi o se farsi rieleggere alla prossima tornata”. Il Segretario mi guarda e annuisce, riferirà al Ministro, ma immagino già cosa ne dirà.

Esco fuori in strada. Fa caldo a Roma stamattina, farà ancora più caldo nei prossimi giorni. Prendo il telefono e faccio il numero del Direttorissimo. Una semplice chiamata di cortesia, niente di intercettabile, ma lui capirà.

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