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L’ipotesi che non ti aspetti

Sono sotto il condominio di Piero che fumo una sigaretta in disparte. In nero è appena salito. Deve fare un po’ di casino, rovesciare qualche cassetto, come fosse una rapina qualsiasi. “Se trovi soldi te li puoi tenere”, gli ho detto, “io salgo tra un quarto d’ora. Tu entra, rovista e poi quando suono il citofono apri il portone che vengo su”. Finisco la sigaretta e attraverso la strada con sicurezza. Arrivo sotto il citofono e suono. Il nero non risponde, maledetto cretino. Dopo una manciata di minuti suono di nuovo. Nessuna risposta, non ci posso credere. Mentre mi infiammo mi balena in testa l’ipotesi che non ti aspetti. Quella che era all’ordine del giorno a Mosca ai miei tempi. E se non fossi l’unico interessato a dare un’occhiata alla casa del povero Piero?

Mi sposto da sotto il citofono in fretta. Attraverso la strada, mi fermo a una trentina di metri dal palazzo, c’è una fermata del tram che a quest’ora di notte non si fila nessuno. Dopo pochi minuti li vedo. Due tizi escono dal condominio insieme. Li riconosco al primo sguardo. Si capisce da come guardano fuori, si guardano attorno circospetti. Saranno li a chiedersi chi ha suonato il citofono due volte. Il complice del nero. Sono troppo lontano per loro e non possono immaginare che quel vecchio sotto la fermata del tram sia il complice che cercano. Ho avuto l’intuizione giusta, non interessavano solo a me le carte di Piero. Il nero non scende, devono averlo fottuto. Non salgo nemmeno a dare un’occhiata, sarebbe tempo perso. Non troverei nulla di quello che cerco. Né documenti utili, né il nero vivo. La cosa che più mi scazza e che comunque dovrò pagare lo stesso i 5.000 euro a quelli di Giambellino e senza averne nulla in cambio.

Mi faccio un pezzo a piedi verso il centro. La testa mi si affolla di perchè ma sopratutto di chi. Chi cazzo erano quelli li. Cosa stavano cercando?

Arrivo in hotel e riempio la borsa delle poche cose. Faccio il check out in piena notte e mi faccio chiamare un taxi. “In stazione centrale, per favore”, dico all’autista. Sul primo treno che mi porta a Roma compongo e scompongo un puzzle dove non ho abbastanza pezzi. 

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