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Dado Rosso

L’Ingegner Monzi mi guarda. “Hanno scoperto che l’arsenale di Santo Stefano era sulle navi di linea”, mi dice. Non mi scompongo, quello era un carico maledetto fin dall’inizio. Adesso era diventato comodo liberarsene e farlo anche con accordi internazionali, anche se non ufficiali. L’Italia doveva fornire delle armi agli insorti libici per gli accordi presi con la Francia. L’arsenale di Santo Stefano non costava nulla allo Stato e in più onorava un accordo. Due piccioni con una fava.

“È trapelato qualcosa?”, chiedo, “Si”, fa Monzi “qualche attivista locale e i giornali sardi, ma non possono fare nulla perché c’è il Segreto di Stato sopra quell’arsenale. Partirà un’inchiesta interna dovuta dalla Magistratura ma i giornali zitti”

“Perché mi ha chiamato?”, chiedo, “non posso fare nulla per questa storia e comunque è già tutto risolto”. Monzi sospira. “Guarda che qui va tutto a puttane”, sibila, “guarda che qui il castello crolla”. È nervoso Monzi e finalmente l’ha sputata tutta. Lo guardo “stanno ancora litigando?”, chiedo. “Guarda che sta diventando un casino”, sibila ancora, “nel Partito non si capisce più niente. Non basta nominare un Presidente per comandarlo tutto. I Padanos spingono spingono e non si sa dove vogliano andare davvero. Sembrano tutti impazziti. E il Gran Capo sta pensando un salvacondotto definitivo”, “ha deciso di uscire?”, “è l’unica soluzione per essere sicuri che finisca così. è molto scosso. In vent’anni lo avevano attaccato in tutti i modi ma non avevano mai colpito l’azienda. Quello è stato il vero colpo al cuore”.

L’Ingegner Monzi si alza e esce dalla stanza. Immagino di avere in tasca un dado rosso. è un’immagine che ho ogni volta. Ogni volta che qualcuno mi ha consegnato un nome di cui occuparmi, scrivendolo in un pezzo di carta o dicendomelo a voce. Ogni volta mi viene in mente quell’assurda immagine di un dado rosso in tasca.

Il secondo pensiero è per i fatti della notte prima a Milano. Chi cazzo erano quelli a casa di Piero?

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